ILIOS di Angelica Artemisia Pedatella

di Giovanna Villella 

Ilios. La città brucia, scritto da Angelica Artemisia Pedatella (Pioda Imaging edizioni) è un canto d’amore e di morte nato da un’urgenza emotiva.
E quel fuoco evocato nel titolo, non si riferisce solo all’incendio reale che distruggerà Ilio ma si lega, metaforicamente, alle storie di sangue e alle passioni che investono i personaggi.
Attraverso una rilettura, filologicamente corretta del poema omerico, l’autrice focalizza l’attenzione su alcune figure utilizzando un processo di immedesimazione, di viaggio all’interno del personaggio. Così ribalta la prospettiva. L’Iliade non è più il poema della guerra ma diventa il poema delle passioni e gli eroi, umanizzati, si mostrano in tutte le loro debolezze e fragilità.
Le mura di Ilio diventano il dato granitico visibile su cui si appunta la non-azione dei personaggi. All’urlo della guerra e al clangore delle armi si oppone un lungo monologare.
Il tessuto narrativo è impregnato di un tono intimistico – tutti i protagonisti parlano in prima persona – che riduce a pura cornice architettonica le baldanze guerresche dei soldati.
La prosa ha un andamento poetico, con una elevata capacità di evocazione visiva molto contemporanea realizzata con una tecnica addirittura cinematografica: ariose riprese dall’alto che ci mostrano la spiaggia di Troia, il mare nero, le montagne, le torri e zoomate che si spingono fin dentro l’anima dei personaggi. Un esame lenticolare delle passioni indagate nell’interiorità delle coscienze che esplodono in tutta la loro disperazione. Così, la tragica tessitura delle loro esistenze viene dipanata e ciascuno distingue i fili del proprio destino.
Questa capacità di indagare, di leggere tra le pieghe più riposte del loro animo ci regala dei ritratti in trasparenza che nulla possono occultare. L’autrice lavora per piccole scene, attraverso la selettività delle situazioni laddove la scrittura si attesta come meccanismo di emozioni. C’è tutto il piglio della consumata autrice teatrale, l’esasperata ipersensibilità dell’artista in certe brevi storie che sono piccoli drammi. Achille è un grumo di dolore. Gronda lacrime per la perdita di Patroclo, l’ira è ancora sopita dal lutto e rimonta piano piano per incollarsi al cuore. Nello strazio della vita invoca la morte, che ha dolcezza di miele, ma prima deve vendicare il ‘suo’ Patroclo.
Priamo, ormai vecchio, si mostra angosciato e impotente. Soffre come padre e come uomo, non come re, della sorte dei suoi figli e di sua moglie, rammaricandosi di non essere nato pastore.
Ettore, non più indomito guerriero ma uomo fragile e impaurito, si dispera non per l’imminente fine della sua vita ma perché non potrà più ‘generare vita’ mentre Aiace, il guerriero, fedele compagno di Odisseo offre, forse, lo sguardo più lucido e disincantato sulla guerra.
Al coro di voci maschili e al loro lessico di gloria e di morte fa da controcanto la pietosa melodia delle donne, prime e incolpevoli vittime di ogni guerra. La tenera e malinconica Briseide. Cassandra, l’inascoltata, sovrastata da un destino più tragico di lei, che offre al padre una provvisoria ragione per sopportare l’ineluttabile rovina. L’onesta bellezza di Andromaca che si contrappone alla malefica bellezza di Elena. Eppure la figura di Elena si erge straordinaria e umanissima. Ella si disprezza, non si perdona e disprezza Paride ‘il coniglio’ rimpiangendo Menelao ‘il glorioso’. Ecuba, tenera madre che, nonostante tutto, non può non amare quel figlio colpevole.
Un testo classico è sempre una scrittura in movimento e, come ricorda Arturo Graf, leggenda e mito trascendono il testo che li esprime e vengono rimbalzati di generazione in generazione.
In questa opera, che è poetica del frammento, la poesia della parola viene mantenuta e il mito omerico viene ricostruito in una sintesi unitaria alla luce di una sconcertante contemporaneità.
In Ilios. La città brucia, classico e contemporaneo si incontrano, si specchiano l’uno con l’altro, si nutrono a vicenda per far risplendere la bellezza che non bisogna mai perdere, per cercare nelle proprie radici l’impulso al cambiamento.

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